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lunedì 5 ottobre 2009

Questione Siciliana


Mentre si annuncia un "golpe" da parte della Sinistra e dei giudici l'Italia affronta l'ennesimo lutto nazionale, come se ci sia qualche maledizione che perseguita questo stato che ha già dei serissimi problemi.Il problema della sicurezza in Italia è trascurato e si interviene solo quando ci sono i morti. La rabbia nasce dal vedere come la tragedia poteva essere tranquillamente evitata. Un alluvione non può causare tutto quel danno in un paese civile e industrializzato come l'Italia,è inaccettabile e brutto da vedere, ma è la realtà, che non è qualcosa di astratto o di retorico. La realtà che hanno vissuto i sopravvisuti è totalmente diversa da quella che abbiamo noi: loro sapevano che prima o poi sarebbe accaduta una disgrazia, si sono fatti sentire ma a quanto pare non è bastato. La loro realtà si catapulta subito verso le persone più care purtroppo perse, verso la loro casa distrutta, verso il loro futuro. Noi invece vediamo una realtà più superficiale, quella del fango, delle macerie, di Bertolaso che assicura tutti, delle riunioni per attuare un piano di ricostruzione o di messa in sicurezza dell'area. Quindi c'è un'abissale differenza tra le due realtà che fanno da cornice ad una tragedia che doveva essere evitata. Credo poco nella ricostruzione immediata, e penso che la maggior parte della gente sia perplessa: per fortuna gli sfollati non sono tanti in confronto a quelli del terremoto all'Aquila l'aprile scorso, ciò non dovrebbe creare problemi con i tempi. Il problema sta nella Sicilia, perché è chiaro che il problema è stato scaricato alla regione, anche se ci sarà un consiglio dei ministri dove si parlerà dei fondi da stanziare per le zone colpite. E i soldi in Sicilia arrivano, è dopo che si volaterizzano. Sembra un luogo comune, ma purtroppo è così. Spero davvero che ci sia un buon senso collettivo che dimostri l'efficienza della regione, questa iniezione di fiducia nelle istituzione serve sia ai siciliani sia agli italiani.

venerdì 3 luglio 2009

Un piemontese ospite dai Vicerè

"Adesso se ne stava lì,nel crepuscolo,con la sua valigetta di tela bigia e guatava l'aspetto privo di qualsiasi civetteria della strada in mezzo alla quale era stato scaricato;l'iscrizione "Corso Vittorio Emanuele" che con i suoi caratteri azzurri su fondo bianco ornava la casa in sfacelo che gli stava di fronte, non bastava a convincerlo che si trovasse in un posto che dopo tutto era la sua stessa nazione;e non osava rivolgersi ad alcuno dei contadini addossati alle case come cariatidi,sicuro di non esser compreso e timoroso di ricevere una gratuita coltellata nelle budella su che gli erano care benché sconvolte."
Giuseppe Tomasi di Lampedusa docet. I tempi sono cambiati, non siamo più nell'Ottocento, non ci sono più briganti e contadini male intenzionati, ma alcune
analogie rimangono,creando un sodalizio tra passato e presente difficile da spezzare. Adesso immaginiamo un viaggio di un piemontese in Sicilia però nel XXI secolo. Prima tappa: il viaggio. Se fatto con l'aereo,quando si è fortunati,scioperi permettendo, tutto va bene, ma se col treno le cose si complicano. Ore e ore di strada, e a pensare che fino a Roma si procede a ritmi normali. Da Roma in giù è la fine. Arrivati a Messina si decide di andare a Catania: si parte col treno, si sa quando si parte non si sa quando si arriva. La tratta Messina-Siracusa ha un solo binario, quindi fra coincidenze e treni merci una tratta di 90km circa si trasforma in un incubo. Seconda tappa: l'arrivo a Catania. Se a prima vista può sembrare un luogo ben tenuto e civile, basta spostarsi di pochi chilometri in direzione sud per ricredersi immediatamente: interi quartieri abbandonati, immondizia che spadroneggia sulle strade che sono in realtà vicoli asfaltati alla rinfusa, case popolari di cattivo gusto esteriore (per usare un eufemismo),mancanza di illuminazione,zone controllate "alla luce del sole" da associazioni criminali, che nell'Ottocento si chiamavano briganti, e che adesso si chiama mafia. A Catania si vede il frutto di una cattiva politica che è iniziata ormai da decenni, ma che ha radici ancora più profonde: forse è vero quello che dice il principe Fabrizio di Salina ; "i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti:la loro vanità è più forte della loro miseria". Visione pessimistica, ma purtroppo riscontrata ancora oggi. Ci sono le eccezioni,senza dubbio;ci sono i miglioramenti, anche questo non si può discutere. Ma resta una certezza: da millenni la Sicilia rimane una colonia, vedi perché i siciliani non hanno mai avuto la forza di reagire vedi perché non hanno mai voluto averla.