Il 25 giugno è stata pubblicata la nuova edizione del rapporto OCSE "Education at a Glance, illustrazione che analizza lo stato dell'istruzione dei paesi membri. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso consapevolmente la via del declino sociale, culturale ed economico. Non era un mistero che l'istruzione e la ricerca fossero in difficoltà,per usare un eufemismo; se poi si confrontano i dati con quelli degli altri paesi , il quadro si fa ancora più chiaro:
Siamo 30esimi (su 33) per spesa (%PIL) per l'università,ultimi come spesa per l'istruzione in rapporto alla spesa pubblica, mentre solo l'Ungheria ha fatto peggio in sede di tagli all'istruzione . Un dato che deve far riflettere , e che in qualche modo è conseguenziale al momento no dell'istruzione pubblica, testimoniata da dati incontrovertibili , è l'aumento della % di spesa privata (in tasse universitarie): infatti in Europa , solo nel Regno Unito la spesa per università private è più alta. Non a caso le università private italiane sono le poche(ma non le uniche, per fortuna) ancora in grado di garantire un futuro lavorativo degno del percorso accademico intrapreso ed a comparire nelle classifiche di merito mondiali (pecchiamo soprattutto nei rapporti internazionali e nelle strutture ). Da un lato c'è un settore pubblico che annaspa, cerca in tutti i modi , nei limiti delle sue possibilità , di emergere, e ci riesce a volte (Bologna, il polo universitario più antico dell'Occidente, ne è un esempio), dall'altro c'è la schiera delle università private che gode, in nome del "mors tua vita mea" nel vedere l'università pubblica decadere; il che è naturale verrebbe da dire, senonché a mettere i bastoni tra le ruote al pubblico, dati alla mano, è proprio uno Stato che per interessi personalistici e mancanza di coraggio risulta essere nemico di se stesso. Un controsenso? Esatto, ma non solo in termini puramente ideologici: un laureato italiano, apporta 3,7 volte maggiori benefici pubblici (che si traduce in Pil)rispetto ai costi che lo stato sostiene per la sua istruzione. E' questo il dato, da cui l'università italiana deve (ri)partire e che dimostra che nulla è ancora perduto: nel nostro tessuto economico,salvo eccezioni, il laureato rimane ancora produttivo. Tutto fa pensare che ci vuole una maggiore offerta di figure personali altamente specializzate, che solo il mondo universitario può fornire.Insomma, scommettere sull'università pubblica è un'investimento che paga, alla faccia di chi sosteneva il giorno prima dell'ennesimo taglio all'istruzione: "con la cultura non si mangia".Solo puntando sulle competenze , si riesce a restare competitivi in un mercato globale sempre più agguerrito e complicato per quei paesi,compreso il nostro, che hanno raggiunto da decenni un certo benessere, uno status quo ,che si pensava ingenuamente potesse durare in eterno e che invece vediamo giorno dopo giorno deteriorarsi .
Per maggiori informazioni, consultate il sito http://www.oecd.org/edu/eag.htm
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