sabato 9 novembre 2013

Renzi e la parabola del political show




Quando ormai ci si rammenta del vecchio sistema partitico si fa un po' fatica a non guardare ad esso con una più che velata ironia e con disprezzo (in certi casi, non ingiustificato). Ricordi vaghi e oscuri di un pluripartitismo ''esasperato'' e di un sistema proporzionale ormai invisi all'attuale ideologia dominante della stabilità a ogni costo, perchè di ideologia si tratta, con tutti i suoi pro e contro. A quel vecchio modello (rectius: spauracchio nell'immaginario comune) si contrappone oggi, tra le altre, una concezione della politica in gran voga al momento: il ''renzismo'', ossia quel movimento culturale e politico che fa capo al sindaco di Firenze Matteo Renzi. Si nota ormai ,con crescente curiosità, il fatto che dopo l'abbaglio grillino e la temporanea riesumazione del berlusconismo, molti elettori (secondo i più autorevoli sondaggi sia di destra che di sinistra) stanno guardando al sindaco di Firenze come l'uomo adatto a risolvere la matassa dei problemi concreti del nostro Paese. Ormai la scalata di Renzi non tanto alla segreteria del Pd, passaggio preliminare e non fondamentale, ma verso i più alti gradi delle istituzioni politiche nazionali (si presume ormai fino alla Presidenza del Consiglio) è inarrestabile. Ma in base a cosa si sta dando fiducia a questo nuovo one man show della politica? Beh, Renzi innanzitutto nell'immaginario collettivo rappresenta colui che si propone come il grande ''potatore'': tagli alla burocrazia, ma non si capisce a quali settori specifici si riferisca; tagliare le pensioni alte, secondo il sindaco infatti sarebbe razionale ed equo togliere ai pensionati per dare ai pensionati, cioè continuare ad attuare una politica di irresponsabilità statale che preferisce sempre colpire il sistema pensionistico contributivo; tagliare il Senato,eliminarlo del tutto, alludendo ad una fantomatica ''camera delle autonomie'' di non precisata natura in sua sostituzione. Questo è il tenore delle proposte renziane,ma se ne potrebbero aggiungere altre, altrettanto generiche a mio parere (riforma della giustizia civile e addirittura del Titolo V parte II della Costituzione, ad esempio), ma tutte tendenti alla ratio del taglio, della semplificazione e dell'accentramento di poteri e funzioni come unica via per tagliare gli ''sprechi'' e garantire efficienza. Queste proposte, purtroppo, divengono soltanto lo sfondo, una cornice superflua, dell'immagine salvifica che Renzi comunica a quello che si potrebbe chiamare ''l'uomo della Leopolda''. La proposta più forte del renzismo, non è un preciso contenuto, ma è un personaggio, un uomo: cioè lo stesso Renzi. La principale proposta è il nuovo che avanza, che fa a pezzi il vecchio sistema partitico e istituzionale a colpi di forbice e picconate, che semplifica un po' tutto, che poi si capisca come semplificare  e quando serva è una complicazione inutile (appunto, semplifichiamo), che non decentra ma accentra, non più solo premier ma quasi ''sindaco d'Italia''. Tutto questo si incarna più che nelle mille proposte, conosciute bene da pochissimi, nello stesso Renzi, nel grande ''parlatore'' (oratore no, non esageriamo) e affabulatore delle folle, carismatico fino alla nausea. Il nuovo, il futuro a cui dai il nome quando vai alla Leopolda, che sostituisce il vecchio, questo è il messaggio. Bene, ma quale vecchio? Il sistema partitico in Italia è stato pian piano abbattuto in questi anni da una serie di leader carismatici, strenui ricercatori non della condivisione degli elettori di un programma o anche un' ideologia di partito, ma della identificazione degli italiani nella ''personalità'' e nella lista delle spesa fatta di pochi slogan e vaghissime proposte di riforma. Uomini che, più che parlare agli elettori, ai cittadini, parlano al pubblico, viene difficile  definirli politici o statisti, ma sono sicuramente uomini di spettacolo, e Renzi si colloca coerentemente nella galassia di questi ''show men'' che hanno svuotato i partiti. Ma attenzione, perchè qui non si vuole fare una sterile analogia fra Berlusconi e Renzi, o fra Grillo e Renzi e via dicendo: la situazione di svuotamento di potere e forza aggregante dei partiti è da imputare per la maggior parte ad essi medesimi, che usciti distrutti all'interno e soprattutto nella loro immagine pubblica all'inizio degli anni '90, hanno accettato di delegare al personaggio carismatico di turno la funzione di politico-immagine, catalizzatore di consenso basato più sull'empatia guadagnata in corso di campagna elettorale che su un progetto di partito. Vedere Renzi per quello che è, pertanto, mi sembra un atto di onestà intellettuale: un leader carismatico, chiamato a nascondere l'irresponsabilità politica che i partiti, in questo caso il Pd, hanno perpetrato. Forse è quello di cui in questo momento la maggioranza dei cittadini italiani ha bisogno paradossalmente: singoli personaggi carismatici a discapito del partito, accentramento di potere piuttosto che distribuzione di esso. E' una concreta situazione storico-politica di cui prendere atto, solo una domanda aperta in conclusione è possibile lasciare: a cosa ci porterà in futuro continuare a identificare la politica con lo spettacolo, i cittadini con il pubblico, la proposta con il carisma?  


di Andrea Raciti



lunedì 4 novembre 2013

Università italiana, nulla è ancora perduto

Il 25 giugno è stata pubblicata la nuova edizione del rapporto OCSE "Education at a Glance, illustrazione che analizza lo stato dell'istruzione dei paesi membri. Per l’Italia, i dati OCSE dipingono con efficacia il quadro di una nazione che ha intrapreso consapevolmente la via del declino sociale, culturale ed economico. Non era un mistero che l'istruzione e la ricerca fossero in difficoltà,per usare un eufemismo; se poi si confrontano i dati con quelli degli altri paesi , il quadro si fa ancora più chiaro:
Siamo 30esimi (su 33) per spesa (%PIL) per l'università,ultimi come spesa per l'istruzione in rapporto alla spesa pubblica, mentre solo l'Ungheria ha fatto peggio in sede di tagli all'istruzione . Un dato che deve far riflettere , e che in qualche modo è conseguenziale al momento no dell'istruzione pubblica, testimoniata da dati incontrovertibili , è l'aumento della % di spesa privata (in tasse universitarie): infatti in Europa , solo nel Regno Unito la spesa per università private è più alta. Non a caso le università private italiane sono le poche(ma non le uniche, per fortuna) ancora in grado di garantire un futuro lavorativo degno del percorso accademico intrapreso ed a comparire nelle classifiche di merito mondiali (pecchiamo soprattutto nei rapporti internazionali e nelle strutture ). Da un lato c'è un settore pubblico che annaspa, cerca in tutti i modi , nei limiti delle sue possibilità , di emergere, e  ci riesce a volte (Bologna, il polo universitario più antico dell'Occidente, ne è un esempio), dall'altro c'è la schiera delle università private che gode, in nome del "mors tua vita mea"  nel vedere l'università pubblica decadere; il che è naturale verrebbe da dire, senonché  a mettere i bastoni tra le ruote al pubblico, dati alla mano, è proprio uno Stato che per interessi personalistici e mancanza di coraggio risulta essere nemico di se stesso. Un controsenso? Esatto, ma non solo in termini puramente ideologici: un laureato italiano, apporta 3,7 volte maggiori benefici pubblici (che si traduce in Pil)rispetto ai costi che lo stato sostiene per la sua istruzione. E' questo il dato, da cui l'università italiana deve (ri)partire e che dimostra che nulla è ancora perduto: nel nostro tessuto economico,salvo eccezioni,  il laureato rimane ancora produttivo. Tutto fa pensare che ci vuole una maggiore offerta di figure personali altamente specializzate, che solo il mondo universitario può fornire.Insomma, scommettere sull'università pubblica è un'investimento che paga, alla faccia di chi sosteneva il giorno prima dell'ennesimo taglio all'istruzione: "con la cultura non si mangia".Solo puntando sulle competenze , si riesce a restare competitivi in un mercato globale sempre più agguerrito e complicato per quei paesi,compreso il nostro, che hanno raggiunto da decenni un certo benessere, uno status quo ,che si pensava ingenuamente potesse durare in eterno e che invece vediamo giorno dopo giorno deteriorarsi .
Per maggiori informazioni, consultate il sito http://www.oecd.org/edu/eag.htm

venerdì 22 marzo 2013

E se Monte dei Paschi di Siena fallisse?


E se Monte dei Paschi di Siena fallisse? Dove sta scritto che lo stato debba salvare una banca,e soprattutto, conviene o no lasciar fallire la terza banca nazionale?. Finita la campagna elettorale, abbiamo digerito i populismi da destra e manca,le strumentalizzazioni (legittime in campagna elettorale, dove tutto è lecito) , insieme all'unisono colpevolizzando il governo in carica di aver prestato quei 4 miliardi , che gli italiani hanno sborsato con l'imu sulla prima casa, ai banchieri, che nell'immaginario collettivo ormai rappresentano tutto ciò che c'è di marcio nel mondo, primato conteso con un'altra categoria particolarmente "amata" , i politici. Politici e banchieri che mai come in questo caso andavano e vanno tuttora a braccetto . Demagogia  a parte, cosa comporta il fallimento di una banca, e perchè gli stati spesso preferiscono salvare le banche assumendosi gli ingenti debiti piuttosto che lasciarle al proprio destino?Masochismo, complotti, poteri forti, cosa sta dietro? Semplicemente l'interesse collettivo,o meglio, la convenienza economica.  La banca non è una normale attività , impresa,che da un giorno all'altro può fallire: il capitalismo moderno è fondato sul sistema bancario che fa un po' da fondamenta, e se esse non sono solide, si sa, le case crollano. Ora immaginiamoci se fallisse la terza banca d'Italia: un disastro, considerando anche la nostra condizione economica attuale.Quando fallisce una banca, i primi a rimetterci sono sempre gli azionisti, che vedono azzerato il proprio investimento e, nel caso di una banca che in Italia è controllata da una Fondazione (come è il caso della stragrande maggioranza degli istituti), perdono il controllo degli asset fino a quel momento controllati. In più lo stato italiano non avrebbe nemmeno i fondi necessari per risarcire tutti i correntisti che hanno diritto di risarcimento fino a 100mila euro(i clienti sono circa 6milioni, fate un po' voi i conti! ), e l'Europa non è molto lieta di accollarsi un debito del genere in regime di austerity! Insomma in confronto quei 4 miliardi contestati al governo Monti sono briciole! Inoltre bisogna considerare che Mps ha Btp dall'ammontare di 25 miliardi di euro, 30000 dipendenti e 2600 filiali. Ciò che va contestato alla politica o comunque alle istituzioni non sono tanto i 4 miliardi di prestito, ma la mancanza di opportune regole e controlli che eliminano il problema dalla nascita. L'origine dei mali di Mps è l'acquisizione ad un prezzo non particolarmente vantaggioso ,per usare un eufemismo, di Antonveneta. L’8 novembre 2007 il Monte dei Paschi annunciò di aver raggiunto un accordo per il passaggio sotto il suo controllo di Antonveneta per un controvalore di 9 miliardi più oneri finanziari per 1,3 miliardi.Che il prezzo fosse esorbitante se ne accorsero subito i mercati che punirono senza remore l’operazione. Basti pensare che a fine gennaio 2008 MPS, periodo nel quale ci fu l’aumento di capitale, quotava 2,2 euro per azione, mentre oggi, nonostante gli acquisti speculativi, si muove intorno a 0,26, un dodicesimo di quel valore. E già questo è stato il primo campanello d'allarme , che in qualche modo doveva avvertire le autorità competenti che qualcosa non stava andando nel verso giusto; dov'erano le autorità di vigilanza non si sa. Al netto delle valutazioni che saranno fatte da magistratura e nucleo di polizia valutaria, resta l’azzardo di un’operazione che prosciugò le casse della banca. I processi di aggregazione avviati in quegli anni (vedi Banca Intesa con San Paolo) e il bisogno di consolidare la posizione di terza banca nazionale valevano una spesa e un conseguente rischio prossimo all’intero ammontare del patrimonio netto? Fu solo un mix di cattiva gestione o quell’enorme movimento di danaro nasconde altre attività non confessabili? Dall'acquisizione di Antonveneta in poi, vi è un susseguirsi di attività finanziarie al limite della legalità, una fra tutti  il contratto con Nomura,che serviva a ridurre lo squilibrio contabile nel bilancio 2009 e aveva per sottostante i btp trentennali. Con questo contratto di ristrutturazione del debito le perdite passavano a bilancio di Nomura per poi essere “riacquistate” da Mps a termine. Sembra che questa operazione sia stata tenuta nascosta tanto agli ispettori della Banca d’Italia quanto a consiglio di amministrazione e sistemi di auditing interno. Vedendo questo scenario desolante, capiamo come il problema del fallimento di una banca è secondario quando c'è una commistione tale tra politica, finanza e potere ,che il risultato non può che essere disastroso e a pagarne le conseguenze è la collettività. Lo Stato è ad un bivio: vorrà prestare denaro ogni qual volta una banca è in difficoltà per colpa di una gestione al limite della legalità ( in futuro vedremo se questo limite è stato superato), o vorrà tagliare la testa al toro imponendo una legislazione severa contro la spericolatezza di azioni finanziarie operate da banchieri che hanno un rapporto diretto con la politica? Una cosa è certa, la formula "paga Pantalone" ormai non è più sostenibile.